Il sospetto di possibili relazioni tra campi elettromagnetici e patologie biologiche non è un problema nuovo.
Attorno alla metà degli anni ‘60, in Russia, alcuni ricercatori rilevarono che gli impiegati delle stazioni a 400 kV della rete elettrica sovietica accusavano mal di testa, diminuzione della libido, nausea, insonnia, ansia e altri disturbi. Già allora queste informazioni furono accolte con scetticismo dalla comunità scientifica, ma causarono una certa preoccupazione nell’opinione pubblica. Gli studi si concentrarono allora attorno alle possibili azioni del campo elettrico. La questione tornò quindi a suscitare clamore nel 1979, allorché furono pubblicate delle ipotesi sulla relazione tra la densità delle reti elettriche e il cancro nei bambini. La causa questa volta venne però imputata non più al campo elettrico, ma al campo magnetico.
Giungendo ai giorni nostri occorre constatare che gli studi scientifici finora condotti circa gli effetti dovuti ai campi elettrici o ai campi magnetici hanno fornito solo alcune indicazioni, ma non delle risposte certe.
Per cercare di fare un po' di chiarezza, va ricordato che il campo elettrico è dovuto alla tensione, mentre il campo magnetico è dovuto alla corrente.
A seconda della variazione della tensione e della corrente nel tempo si parla di campi elettromagnetici a bassa od alta frequenza. Normalmente la frequenza si misura in Hertz (Hz), ossia in base al numero di variazioni in un secondo.
I campi con frequenza nulla, definiti statici, possono essere generati da impianti particolari come quelli elettrochimici e sono presenti anche in natura. Il campo elettrico terrestre, dovuto alle cariche nella ionosfera, arriva fino a 100 V/m in condizioni di bel tempo, mentre durante forti perturbazioni può arrivare fino a 10.000÷20.000 V/m. Il campo magnetico terrestre, generato dalle correnti circolanti nello strato più esterno del nucleo terrestre, ha un valore che dipende dalla latitudine e nelle nostre zone è di circa 40 microTesla.
Per frequenze comprese tra 30 e 300 Hz (la frequenza dei campi prodotti dagli elettrodotti è di 50 Hz) si parla di campi a frequenza estremamente bassa (ELF, Extremely Low Frequency), mentre per frequenze superiori si ha la seguente suddivisione:
- da 300 Hz a 3 108 Hz (300 MHz) si è nel campo delle onde radio;
- da 3 108 Hz (300 MHz) a 3 1011 Hz (300 GHz) si è nel campo delle microonde;
- da 3 1011 Hz (300 GHz) a 4 1014 Hz (400.000 GHz) si è nel campo della radiazione infrarossa;
- da 4 1014 Hz (400.000 GHz) a 7,5 1014 Hz (750.000 GHz) si è nel campo della radiazione visibile;
- da 7,5 1014 Hz (750.000 GHz) a 3 1015 Hz (3.000.000 GHz) si è nel campo della radiazione ultravioletta.
Per frequenze superiori si entra nel campo delle radiazioni ultraviolette, dei raggi X e dei raggi Gamma.
Per frequenze superiori a 104 Hz non è possibile distinguere il campo elettrico da quello magnetico, in quanto i due sono strettamente legati da precise relazioni: si parla dunque di un’unica entità fisica che prende il nome di campo elettromagnetico. Per campi ELF, generati essenzialmente dagli impianti di energia elettrica, si può assumere, invece, una situazione quasi statica e considerare separatamente il campo elettrico da quello magnetico.
Le interazioni tra materia e campo elettromagnetico dipendono dalla frequenza della sorgente: alle frequenze più elevate (maggiori di 3 1015 Hz) i fotoni associati alle onde elettromagnetiche hanno un’energia sufficiente a rompere i legami chimici ed a causare la ionizzazione della materia; si parla così di “radiazioni ionizzanti”. A frequenze inferiori, l’energia dei fotoni non è tale da poter causare una ionizzazione consistente della materia e si parla perciò di “radiazioni non ionizzanti”.
Il moltiplicarsi delle applicazioni, sia in campo industriale che nel settore delle comunicazioni, ha comportato un aumento delle esposizioni ai campi elettromagnetici. Tra le principali sorgenti vanno menzionate le stazioni emittenti radio e televisive, gli impianti di telecomunicazione, i sistemi radar, le apparecchiature industriali per il riscaldamento e la fusione dei materiali, le industrie di costruzione e controllo di apparecchiature elettroniche.
Ma qual’è la reale pericolosità di un campo elettromagnetico? I risultati della ricerca scientifica sulla pericolosità dei campi elettrici e magnetici sono estrapolabili con estrema difficoltà, per tre motivi.
Il primo è che non esiste una sufficiente adeguatezza delle risposte provenienti da ricerche epidemiologiche sia su popolazione umana, sia su gruppi particolari come i lavoratori professionalmente esposti.
Il secondo è l’insufficienza di sperimentazione su sistemi semplificati, per esempio in vitro, atte a chiarire quali siano i meccanismi di causa-effetto e dose-effetto che eventualmente legano i campi elettromagnetici all’insorgenza di fenomeni tumorali.
Il terzo motivo è l’insufficienza di sperimentazioni su animali di laboratorio atte ad evidenziare l’influenza di agenti esogeni sulle interazioni tra organi e tessuti, sul metabolismo e sul comportamento.
In assenza di dati concreti e precisi, ci sono tuttavia spinte considerevoli verso iniziative estremamente cautelative, per altro alquanto onerose e di difficile realizzazione pratica.
Per definire esattamente la pericolosità dei fenomeni relativi ai campi elettromagnetici bisognerebbe comunque parlare di fattore di rischio, ossia della probabilità di morte per persona e per anno di esposizione al rischio. Per avere qualche raffronto, si ricordi che il fattore di rischio per incidenti stradali è superiore a 10-4, ossia è di oltre un morto all’anno ogni 10.000 abitanti (in Italia vi sono infatti oltre 6000 morti all'anno per incidenti stradali). Altri fattori di rischio dovuti a comuni cause di danno sono:
- Fumo (20 sigarette al giorno): 5 10-3 (cinque morti all’anno ogni mille fumatori);
- Motocicletta: 10-3 (un morto all’anno ogni mille motociclisti);
- Alcool (1 bottiglia di vino al giorno) : 8 10-5 (otto morti all’anno ogni centomila bevitori);
- Alpinismo: 4 10-5 (quattro morti all’anno ogni centomila alpinisti);
- Energia elettrica: 5 10-6 (cinque morti all’anno ogni milione di utenti);
- Fulmini all’aperto: 5 10-7 (cinque morti all’anno ogni dieci milioni di abitanti);
- Meteorite: 5 10-11 (cinque morti all’anno ogni cento miliardi di abitanti).
Da un punto di vista tecnico, si considera generalmente tollerabile un fattore di rischio di 10-5, ossia di un morto ogni 100.000 abitanti; tale valore è, per esempio, indicato espressamente nella norma tecnica relativa al dimensionamento degli impianti contro le scariche atmosferiche. D’altra parte, mentre per le più comuni cause di danno è facilmente definibile un fattore di rischio data la considerevole mole di dati statistici, altrettanto non è possibile per i campi elettromagnetici. Nonostante molteplici studi e pubblicazioni scientifiche, non è stata infatti ancora stabilita una chiara correlazione tra decessi e campi elettromagnetici. Qualora si volessero comunque imputare ai campi elettromagnetici tutte le morti sospette finora avvenute, si avrebbe un fattore di rischio sempre estremamente basso, inferiore addirittura a quello delle fulminazioni all’aperto.